Tra le grandi pareti del Monte Bianco, ogni salita è molto più di una semplice linea da seguire: è una prova di resistenza, lucidità, fiducia e capacità di adattamento. Per Giacomo Mauri, concatenare Divine Providence e il Pilone Centrale del Frêney non è stato solo un obiettivo alpinistico ambizioso, ma l’evoluzione naturale di un percorso iniziato anni fa, fatto di esperienza, allenamento, scelte consapevoli e compagni di cordata fidati.
Insieme a Mirco e Luca Ducoli, Giacomo ha affrontato una salita lunga e impegnativa, tra bivacchi in parete, condizioni variabili, freddo, ghiaccio e passaggi tecnici ad alta quota. Un’avventura in cui la leggerezza del materiale, la preparazione fisica e mentale, ma soprattutto la sintonia tra compagni, hanno fatto la differenza.
In questa intervista ci racconta com’è nata l’idea del concatenamento, come è stata gestita la spedizione, quali sono stati i momenti più intensi e cosa significa vivere l’alpinismo come una scelta profonda, fatta di sacrificio, passione e voglia di continuare a sognare in grande.
1. Da dove nasce l’idea di concatenare Divine Providence e Pilone Centrale del Frêney?
Fare combinazioni sul Monte Bianco è qualcosa che ormai da tantissimi anni si fa. Del resto, è la naturale evoluzione nel confronto fisico e mentale, perché concatenare più pareti richiede più energia e più tempo. Per noi questo concatenamento era qualcosa di evidente: io avevo già ripetuto Divine Providence, mentre Mirco il Pilone Centrale, e nessuno dei due avrebbe riaccompagnato l’altro solo per ripetere una delle due vie. Così ci siamo detti: perché non fare uno un favore all’altro? Siamo andati, ovviamente accompagnati da Luca Ducoli, che sarà nostro compagno nella nostra prossima spedizione.
La prima combinazione tra Grand Pilier d’Angle e Pilone Centrale del Frêney risale al 13 marzo 1983, con il concatenamento di Eric Escoffier della Via Boivin-Vallençant sul Grand Pilier d’Angle in tre ore e della via classica sul Pilone Centrale in dieci ore. Vie sicuramente diverse da Divine Providence, ma per quegli anni tantissimo di cappello.
2. Qual era il piano iniziale della salita e quanto è cambiato una volta in parete?
Eravamo particolarmente preoccupati dalle condizioni della neve, soprattutto perché non ripassando dall’attacco della via non potevamo usare ciaspole o sci per poi abbandonarli lì. Quello che è successo però è stato incredibile: abbiamo sbagliato ogni tipo di previsione, ma in peggio! Ahah.
Il primo giorno arrivare alla base del Pilier è stata una vera e propria passeggiata, molto più semplice rispetto all’estate del 2024. Le calate che normalmente si affrontano per attraversare i due ghiacciai che dal Grand Capucin portano al Pilier erano piene di neve e siamo riusciti a disarrampicare facilmente, risparmiando molto tempo. Pensa che il primo giorno alle 15 del pomeriggio eravamo seduti in cengia, con tutte le corde fissate, a mangiare freddo. Ma meglio così: abbiamo avuto tempo per riposare.
Per il resto tutto secondo i piani, se non una faticosissima uscita in cima al Bianco. Dal Pilone Centrale era tutto ghiacciato e una normale camminata si è rivelata una traversata su pendii ghiacciati in cui prestare la massima allerta. Ma tutto secondo i piani e un ottimo allenamento, direi.